Seminario "A che punto è la questione Venezia" 02 Giuseppe Goisis - Intervento

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Seminario "A che punto è la questione Venezia" - intervento di GIUSEPPE GOISIS

LO SPLENDORE DI VENEZIA TRALUCE ANCORA

CONSIDERAZIONI DI UN VENEZIANO DELUSO, MA NON SPENTO

  1. Un paradosso, per cominciare

Venezia non è una cartolina, e neppure Disneyland; certe cartoline e fotografie immobilizzano Venezia in un sogno nostalgico, e la collocano, anche inconsapevolmente, dalla parte della morte. Venezia, fragile e preziosa, è  in verità l’icona dell’uomo, di ogni uomo, nella sua irripetibilità, nelle stupefacenti potenzialità, ma anche nei suoi drammatici condizionamenti.

Ci sono molte cose che, magari con accenti un po’ diversi, ho trovato importanti nell’intervento di Alberto Madricardo; soprattutto, colgo questo aspetto: la necessità di una riflessione profonda. Perché non basta il semplice orientamento delle emozioni, anche perché spesso noi usiamo il termine “emozione” in maniera inappropriata, in realtà intendendo una cosa diversa, una specie di istinto, di impulso, mentre l’emozione è qualcosa di molto più complesso e che andrebbe valorizzato.  Guardandovi attorno, vi potete fare, intuitivamente, un’idea di quanto intricata è divenuta la questione di Venezia.

Intendo partire da questo paradosso: Venezia rischia di morire proprio di ciò che la fa vivere.  Così si spiega la drammaticità della questione, nel senso che quello che la fa vivere, che l’alimenta, è una sorta di monocultura del turismo- qualcuno aggiunge il ruolo dell’Università, ma essa è molto distanziata rispetto a quella specie di grande, pressante realtà che è il turismo, di una natura, di una fisionomia che sarebbero da indagare più profondamente. È proprio questo il rischio di distruzione, di morte che incombe, inesorabilmente[1].

Qualcuno suggerisce, cinguettando con spensieratezza noncurante, che: “è troppo tardi”.   Queste sono paroline fatali che, pur rendendoci conto del carattere drammatico della situazione, sarebbe meglio tener da parte, perché sembrano proprio una dose di sonnifero che viene propinata per rendere le persone rassegnate, indifferenti. Dunque, occorre non fare diagnosi troppo affrettate e letali, perché questo grava sull’intera questione.

Questo turismo è, in qualche modo, il polmone esclusivo di Venezia, ma, simultaneamente, la logora giorno per giorno.

C’è una specie di paradigma rappresentativo costituito dal turista non più soltanto col trolley, che è la novità rispetto ad alcune decine di anni fa, ma con lo zaino, addirittura con tutto quello che serve per poter sostare senza però entrare in empatia con l’ambiente circostante. Se voi considerate, per esempio, l’obsolescenza dei vaporetti, che non erano assolutamente previsti e precostituiti per questo turismo, avete un’idea di quello che cerco di dire: c’è proprio un logoramento effettivo, un solco continuamente tracciato sulle pietre, proprio un logoramento dell’ambiente, anche dell’ambiente naturale, basti pensare alla laguna, basti pensare alla scarsità di cibo che trovano molte specie animali (poi si dice che sono aggressive, come fossero “cattive”, ma è proprio la degradazione di questo rapporto tra natura e uomo che è all’origine di tutto)[2].

La popolazione veneziana è oggi ridotta di un terzo rispetto a quella della mia infanzia, attorno alle 50.000 persone residenti; non penso tanto all’invecchiamento anagrafico, anche se c’è questo aspetto, ma sottolineo anche  il senso dell’incombere di una fatalità, di una fatalità che sembra difficile poter combattere. Dunque, in qualche modo, si diffonde una specie di sfinimento, con la percezione che il tempo del recupero stia esaurendosi…

Alberto Madricardo ha proposto una concisa sintesi di carattere storico, perché è molto importante capire per quali tappe siamo arrivati a questa situazione. Però lasciatemi dire che occorrerebbe acquisire sempre di più le competenze  degli storici di Venezia, dell’urbanistica e anche di storici in generale di area europea per potere capir meglio i processi di cambiamento, perché solo da questa cooperazione nella riflessione potremo trarre degli spunti decisivi. Siamo ancora al livello basico della discussione, occorre chiarire che cosa intendiamo per città, quando pensiamo ad una città caratterizzata da una misura umana, dotata di una configurazione tale da renderla una dimora degna delle persone e delle comunità.

2. Venezia: in che senso unica?

Apparentemente, c’è una totale atipicità di Venezia. Se si scruta, invece, più in profondità, Venezia subisce in maniera straordinaria le ondate della globalizzazione: in un certo senso, quello che accade a Venezia è proprio lo specchio di certe tendenze della globalizzazione. Pensate, per esempio, al primato dell’economia- sempre più un fenomeno mondiale- sulla politica. Tale tendenza si registra a Venezia in modo impressionante, perché molto si risolve negli affari e nel denaro, e questo in qualche modo sembra precedere, nella considerazione, tutto il resto. Quindi bisogna capire bene questa situazione. Per sgombrare il campo da ogni equivoco, non intendo qui minimizzare  il ruolo dell’economia, che mi pare fondamentale ed evidente a tutti, né tantomeno mi propongo di ridimensionare la scienza dell’economia, che costituisce un approccio d’imprescindibile rilievo critico e interpretativo; quel che tento di suggerire è un fitto dialogo fra i vari apporti disciplinari, nel tentativo di aprire qualche breccia positiva per il futuro di una città che, abbandonata a meccanismi privi di regole, rischia gravemente di soccombere…

Secondo me un “nodo” storico ed ermeneutico è costituito dal Futurismo; i Futuristi hanno cercato di sottolineare, anche con provocazioni, l’inutilità di Venezia, ponendo di fronte al bivio o di eliminarla, un po’ come i “chiari di luna” e il romanticismo sfatto e decadente, oppure di cambiarla completamente, inserendovi l’industria e la velocità, e cominciando quindi ad interrarne i canali, presentandoli come miserabili rigagnoli[3].

Paradossalmente, c’è un’identità finale tra un certo modo conservatore di vedere Venezia e l’inutilità predicata, proclamata dai Futuristi. Tutto il lavoro fatto, anche con spirito generoso, da certi ambienti conservatori, dalle contesse con giornalisti al seguito, ha dato un’idea immobilistica di Venezia, e quindi ha portato argomenti ai suoi detrattori. Dunque, in questa specie di stasi e sotto un certo profilo, si manifesta la coincidenza tra Futuristi e conservatori[4].

Ora, giunti all’attuale situazione, esistono dei segni di risveglio; cerco di parlare più di risveglio che di sogno: tutto l’insistere sul sogno di Venezia, rimanendo in questa caligine, rischia di trasformarsi in un incubo per coloro che lo vivono, l’incubo del “brevetempismo”, del “presentismo” e della vita sincopata.  Occorre dunque  procurare un risveglio collettivo, questo è il punto decisivo.

Il paradosso che Paul Valéry, che amava Venezia, ripeteva spesso: “Se vuoi realizzare i tuoi sogni, devi risvegliarti” è, secondo me, un paradosso molto profondo: occorre cioè esser desti di fronte a questa situazione[5].

Non basta dire desti e vigilanti: bisogna essere propositori di qualcosa di nuovo.

Ci sono molti segni di risveglio, non solo rappresentati da alcuni incontri recenti - per esempio quello che si è svolto al teatro ai Frari, dove la città era percorsa come da un fremito, da un senso di protesta estrema-,  ma anche da tutte le feste, le sagre, le occasioni di socializzazione e solidarietà.

Quello che manca, a me pare, è un coordinamento, vivace e fattivo, di tutte le iniziative, naturalmente un coordinamento “dal basso”. Ecco il punto: sono tutte iniziative positive, ma spesso sono monotematiche, assumendo in cura, cioè, una sola prospettiva.

Vorrei mettere in guardia, soprattutto, da questa idea: i Veneziani da soli non ce la fanno, bisogna affidarsi a una qualche forma di governance internazionale che più remota, più distante è, meglio è, perché meno intrecciata con interessi corporativi e quindi più credibile. Questo invece allontana dalla via che io riassumerei così: dovendo ognuno proporre un’idea, la mia è l’idea di  omnicrazia, cioè quella, caratteristica di Aldo Capitini e del suo pensiero, di un’autorità che scaturisce dal basso e che soprattutto è condivisa[6].

Se io dovessi fare in breve un augurio a Venezia, e a noi Veneziani, direi soprattutto così: coltivare la propria vita, coltivare ciò che è importante, anche la serenità, perché questo clima continuo di drammatizzazione non è positivo; ma che sia una vita condivisa, questo mi pare l’aspetto fondamentale. Penso che questa idea e la pratica della condivisione siano fra le più importanti e quindi invito a sviluppare, contro coloro che sussurrano “troppo tardi”, il concetto e la pratica dell’omnicrazia.

  1. Cenno conclusivo

Indico rapidamente certi segni ancor più preoccupanti: la chiusura dei caffè, che nella storia sono stati una linfa per Venezia; poi il problema delle edicole: può sembrare una questione banale, ma il giornale, la stampa locale, sono anche la dimensione della critica, della circolazione delle notizie e delle idee. Oggi è difficile, occorre percorrere tanto spazio per trovare un’edicola che disponga dei giornali, essendo diventate le edicole ricettacolo di gondolette molto improbabili, di un gusto spesso discutibile (eppure il Comune di Venezia aveva cercato che le edicole fossero fatte in una certa maniera, anche con un qualche impegno economico).

Il pane infine, che non viene più fatto nel modo tradizionale, non è più il pane quotidiano ma è la baguette assai raffinata, preparata secondo un certo standard.

Che cosa c’è di più essenziale dei caffè, del giornale e del pane quotidiano? Sono indicatori, che manifestano però un legame d’appartenenza, che rivelano un costume ancora profondamente radicato.

E non basta naturalmente qualche Zucchero versato sulle piaghe della città, in piazza San Marco, o qualche occasione in cui  aerei, sfrecciando, sovrastano Venezia, incutendo magari paura alla popolazione.

Sono modesti indizi, positivi e negativi, che si tratta di discutere vivacemente, ognuno per quello che può. Ma ciò che è importante: uno slancio di immaginazione innovativa, dunque non dire soltanto dei “no”, ma invece formulare delle proposte ben articolate, realistiche, perché son quelle che persuadono: si mostra così la pertinenza con la vita quotidiana, quella vita quotidiana di cui Henri Lefebvre parlava con tanta precisione e acutezza[7].

C’è un ultimo punto rilevante: non si andrà fuori da questo immobilismo se non si riforma, gradualmente, una certa opinione pubblica condivisa. Dobbiamo lavorare attorno a questo tema dell’opinione pubblica condivisa. Quando parlo di omnicrazia, intendo riferirmi anche a tutto questo.

Sottolineo la necessità di una tramutazione, di un risveglio collettivo, più che di un sogno nostalgico, che rischia di diventare incubo. E non badate alle anime troppo belle che ripetono sempre: “La bellezza di Venezia è tanto grande che può salvarci, che può salvare il mondo”. Una bellezza decontestualizzata, una bellezza che sia tratta fuori anche dal suo divenire storico, è una bellezza che non salva niente e nessuno, diventando solo retorica consolatoria. Attenzione alla retorica consolatoria: nasce con le migliori intenzioni per addolcire le varie pillole che siamo costretti a trangugiare, ma non è questa la via. Dunque, la bellezza da sola ha bisogno di essere salvata. È una cosa diversa. Pensate a Palmira, forse una delle città più belle, e pensate alla fine assolutamente tragica di questa città, simile nella sorte a Petra, Hatra e ad altri centri di antiche civiltà[8].

Concludo così, come avevo iniziato: occorre abolire l’espressione “troppo tardi”. Quest’espressione tradisce uno spirito di resa, l’abbandono di ogni speranza e di ogni utopia attiva, nel senso positivo di questo termine, e ci fa entrare a precipizio nella notte della rassegnazione.

Ora, questo non deve accadere. Chi ha idee, chi ha immaginazione ed energie, non nemici gli uni agli altri, non divisi gli uni dagli altri, si consorzi insieme e faccia delle proposte, le perfezioni, le segua, fino alla realizzazione.

Questo, secondo me, è il momento. Vedo tanta gente disposta ancora a lottare, ma ci domanda come, attraverso che forme, e qui noi non dobbiamo tardare a proporre, senza presunzione e vanità, alcune risposte possibili.

 

[1] Celebre, e notevole, l’analisi operata dal pamphlet di S. Settis, Se Venezia muore, Einaudi, Torino 2014.

[2] Non si discute abbastanza, forse, del tema: sostenibilità, già presente, con termini alquanto differenti, nelle analisi di W. Dorigo, L. Scano e A.A. Semi. Quando l’ambiente soffre, anche l’uomo patisce, con il rischio finale dell’estinzione.

[3] La polemica contro la Venezia “passatista” in F. T. Marinetti, Saggi sul Futurismo, Edizioni Trabant, Brindisi 2015; lo stato maggiore futurista: Boccioni, Carrà e Russolo, insieme al più appartato Palazzeschi, partecipò, con Marinetti, a due eventi: il lancio di volantini dalla Torre dell’Orologio di Piazza San Marco e l’happening alla Fenice, al quale seguì una rissa memorabile, ricordata più di recente da Carmelo Bene.

[4] Un certo merito, comunque: aver attirato l’interesse internazionale sulla questione di Venezia; cfr., in particolare, I. Montanelli, Per Venezia, Marsilio, Venezia 2011.

[5] P. Valéry: “La meilleure façon de réaliser ses rêves, est de réveiller”: si tratta di una sentenza attribuita generalmente a Valéry, ma introvabile, almeno per i miei tentativi, entro la vasta opera dello scrittore francese.

[6] A. Capitini, il potere di tutti (1969), Guerra Edizioni, Perugia 1999.

[7] H. Lefebvre, Critica della vita quotidiana (1977), 2 voll., Dedalo, Bari 1993.

[8] La frase: “Il mondo lo salverà la bellezza” è spesso tramandata con la retorica consolatoria evocata sopra. Intanto si tratta di una domanda, rivolta al Principe Myskin; il contesto è beffardo e canzonatorio e poi lo stesso interrogativo si specifica e manifesta un’incertezza dubbiosa: “Quale bellezza salverà il mondo?”. Il Principe Myskin, significativamente, non risponde, rimanendo in silenzio e volgendosi poi ad un’opera di carità estrema: v. F. Dostoevskij, L’idiota (1869), Einaudi (“I Millenni”), Torino 1965, III, V, pp. 178-9.