Seminario "A che punto è la questione Venezia" 03 Simona Morini – Intervento

[field_image_1-alt], [field_image_1-alt]

Seminario "A che punto è la questione Venezia" - intervento di SIMONA MORINI

Devo dire che ho trovato molti spunti che condivido nelle relazioni di chi mi ha preceduto, nei temi ma anche nella modalità in cui sono stati formulati. Alcuni che mi sembrano importanti: Venezia è una città che ha problemi con la modernità: questo mi sembra un punto estremamente significativo, perché ha a che vedere con l’immaginazione della sua identità e del suo sviluppo futuro. Venezia vive dei momenti che percepiamo come momenti di “insensatezza”: le città non sono fatte per essere guardate, o attraversate, ma per essere “vissute”. Venezia si colloca in un momento di crisi degli stati nazionali e anche di crisi delle modalità di decisione e di governo urbano. In questo senso ha dei problemi che sono specifici suoi, ma che condivide con molte altre città, nel senso che è investita da modelli economici e culturali globali a cui è difficile opporsi, senza però riuscire a guardare oltre i propri confini, per esempio alla rete di città europee che stanno sperimentando nuovi modelli di governance e di sviluppo in risposta ai problemi del turismo globale. Infine, Venezia viene spesso citata come una città di arte e di cultura. Ma cosa intendiamo oggi per cultura? Un sofisticato percorso di crescita e di formazione unico e individuale o una industria culturale che si sta imponendo un po’ in tutto il mondo e che influenza la scelta di dove andare, cosa vedere, cosa fare, come mangiare o anche vivere?

              Pensiamo al viaggio. All’inizio della modernità, Francesco Bacone suggeriva al viaggiatore di andare a visitare, nelle città, i mercati, i tribunali, i luoghi pubblici, di assistere alle cerimonie, ai balli e perfino alle esecuzioni. Il valore formativo del viaggio è sempre consistito nel cambiamento di prospettiva, nel confronto con la diversità, nella curiosità per l’inconsueto, per l’inatteso. Il viaggio era una esposizione, talvolta rischiosa e quasi sempre scomoda e difficile, con città, culture e modi di vita diversi dal proprio. Oggi è esattamente il contrario. Il viaggiatore tipo del nostro tempo vuole trovare ovunque le cose che ci sono a casa sua e dappertutto: vuole andare a comprare le calze da Calzedonia, mangiare hamburger da Mc Donald, comprare la torre di Pisa a Venezia e le gondole a Pisa. Vuole mettere il ketchup sugli spaghetti e l’ananas sulla pizza. L’unica diversità con cui si confronta - e che di solito non accetta - è che gli spaghetti sono troppo poco cotti o che i locali chiudono troppo presto. Al di là del cibo e della pulizia, prende per buona ogni versione della cultura locale che gli viene proposta e torna a casa esattamente come era partito, ma con alcuni giga di fotografie da far vedere agli amici.

            Una parte integrante di questo tipo di “cultura” fasulla sono le mostre e i musei; Ovunque si vada, si vedono sempre le stesse mostre o lo stesso tipo di mostre, si sente sempre la stessa musica, nello stesso modo, si vedono sempre le stesse ciotole del paleolitico, sempre Picasso o gli impressionisti. I musei - e le mostre - erano un tempo uno straordinario strumento di divulgazione e di conoscenza, quando si viaggiava meno spesso e non si aveva occasione di vedere opere o oggetti di altri paesi, magari molto lontani. Oggi che possiamo raccogliere in Internet ogni tipo di immagine o di informazione, che potremmo aggiungere contenuti virtuali di ogni tipo, comparazioni esaustive, l’intera produzione di ogni artista, l’intera storia del quadro, compresa l’analisi agli infrarossi delle sue varie versioni, i cartellini sgualciti con le didascalie (illeggibili) che danno la misura delle tele, la tecnica usata e l’anno sono commoventi - o patetici, a seconda dell’umore. Strano che la città non riesca ad esprimere una cultura diversa e più innovativa. Anche perché proprio attorno alle collezioni e alle esposizioni potrebbe nascere una intera industria (e centinaia di posti di lavoro) che lavori sulle nuove tecnologie al loro servizio. I musei - come avviene in altre parti del mondo - potrebbero diventare luoghi attivi di incontro e di cultura, hub creativi che facciano vedere le opere in modo diverso, che ricreino attorno ad esse emozionanti “atmosfere” reali o virtuali, senza nulla togliere alla loro originaria bellezza. Possono ospitare scuole, spazi di studio, di riposo, di svago. Trasformare le opere e gli oggetti che custodiscono da semplici oggetti da guardare a punti di partenza per le narrazioni e le attività più diverse. Lo stesso si può dire delle “polverose” biblioteche - la Marciana, per citare la più famosa, ma anche molte altre - che custodiscono straordinari patrimoni che potrebbero essere digitalizzati, rivitalizzati, attraendo studiosi da tutto il mondo, ma anche un pubblico molto più vasto di giovani e di semplici cittadini. Diventare insomma luoghi “vivi” e “attivi” di cultura e di ricerca. E invece l’unica novità che si può osservare è lo shop nei musei, che vende souvenir un po’ più sofisticati (ma non molto) delle gondole cinesi.

            C’è dunque un gran bisogno di creare luoghi, cioè spazi di relazioni, spazi vivi. Sul rapporto tra spazio e luogo ci sarebbe molto da dire. Non è tanto il turismo, ma la qualità del turismo che sta trasformando Venezia in un semplice spazio in cui ci si muove come punti, in cui le persone transitano, guardano passivamente, senza capire bene cosa stanno vedendo, ricevendo informazioni che dimenticano pochi minuti dopo e di cui non hanno bisogno. Vedono mascherine e minuetti, senza neanche sospettare la straordinaria forza politica, economica e culturale di una città che è sempre stata profondamente diversa da tutte le altre. E’ forse questa l’”insensatezza” di cui parla Alberto Madricardo. L’incapacità del turismo di mettere in contatto i viaggiatori con la vita della città. L’ impossibilità di ritrovare la sua atmosfera: quella del passato, certo, ma soprattutto quella del presente, che è quasi completamente assente. I veneziani stessi sono i peggiori nemici di Venezia, non solo perché svendono la città e riproducono nelle loro attività commerciali e culturali i peggiori stereotipi sul suo passato (il più recente museo è dedicato a Casanova!), ma perché non riescono a immaginarla, e neanche a intercettare i segnali che vengono da città che pur avendo problemi simili li stanno trasformando in opportunità di cambiamento positivo.

            È a questo punto che si innestano i problemi di governance della città. Sono molti oggi a sostenere che il rinnovamento della cultura politica europea passa dalle città, dalla loro capacità di immaginare, di promuovere, nuove visioni del futuro. Non mi sembra che ci sia in circolazione alcuna visione della città, a parte l’idea di ospitare all’Arsenale - il cuore produttivo e innovatore della antica Repubblica - un Salone Nautico. L’idea di far rinascere a Venezia l’industria nautica potrebbe anche essere interessante, purché non semplice operazione commerciale, ma strategia di ripresa economica, accompagnata da iniziative in altri settori e da un necessario chiarimento sul modello di turismo e di economia a cui si accompagna. Resta abbastanza strano e inaccettabile, rispetto a quanto sta succedendo in altre città italiane ed europee, che queste decisioni vengano prese senza minimamente coinvolgere i cittadini e senza alcuna politica volta ad attrarre o a valorizzare le competenze esistenti in città e nel territorio. Quanto ai temi dell’abitare, sono innumerevoli: dalla regolamentazione dell’apertura di nuove attività commerciali all’introduzione di norme sul design degli edifici commerciali e turistici, dallo sviluppo di nuove professionalità a livello locale a una politica della casa che incentivi la residenzialità e l’occupazione giovanile, dalla tutela dell’ambiente alla partecipazione a una rete europea di città turistiche.

Per affrontarli non si può trascurare lo squilibrio che si è creato in termini elettorali tra Venezia e Mestre, lasciando praticamente non rappresentati gli abitanti del centro storico. Io continuo a credere nella unicità e nella autonomia di Venezia, che non può certo dipendere dagli interessi di Mestre, né essere governata come qualsiasi altra città italiana. Sarebbe forse utile che l’Università portasse le sue ricerche fuori dalle mura dell’Ateneo e aprisse un dibattito - anche a livello internazionale - che coinvolga amministrazione e cittadini in una pubblica discussione di proposte concrete per rendere vivibile, magari in modi nuovi e interessanti, lo spazio pubblico di Venezia.