La Città è Arte, l'Arte si fa Città 03 - Intervento di Alberto Madricardo

Intervento di Alberto Madricardo

Arte e Città

Mi sembra che il direttore Dell’Olivo abbia già in qualche modo prospettato il problema che vogliamo affrontare, quello dell’incontro tra arte e città. Il rapporto di Venezia con l’arte è profondo e molteplice:

  • perché la città si presenta di per sé, nella sua suggestiva unicità, come un’opera d’arte,

  • perché è oggetto di ispirazione e rappresentazione artistica da secoli

  • perché custodisce uno dei più cospicui patrimoni d’arte nel mondo

  • perché molta arte si presenta qui, usa la città come location

Il nostro problema, come cittadini è che la nostra città è stata troppo considerata e usata soltanto come spazio fisico straordinario da utilizzare. Ma la città non è una cosa è: un vivente, un insieme di relazioni complesse, è lo spazio speciale in cui si produce il maggiore sviluppo e sperimentazione di relazioni interumane. La nostra civiltà si è caratterizzata per essere, ben più che una “civiltà della corte”, una “civiltà della città”. Ogni minaccia alla città attacca al cuore la nostra civiltà. Questa minaccia è in corso oggi e non riguarda soltanto Venezia ma la città come tale.

La globalizzazione sta minacciando nel mondo la diversità dei luoghi e delle aggregazioni umane, sta provocando la omologazione generale (“sta rendendo ogni luogo il facsimile di se stesso” come dice Francois Jullien”) e crea le condizioni in cui si pone fine all’esistenza stessa della città. Al suo posto lo sfascio di sterminate conurbazioni senza identità e senza centro, in cui la gente vive un’esistenza atomizzata, prigioniera di una propria insuperabile privatezza.

La fine della città, in generale, comporterebbe, un appiattimento, una perdita di ricchezza di esperienze, di relazioni interumane, insomma una banalizzazione generale della vita che non possiamo permetterci.

Quando noi parliamo di Venezia pensiamo al mondo. Non ci occupiamo solo di Venezia, ma ci occupiamo di Venezia sempre con l’ottica generale, perché in Venezia spesso in modo estremo ed eclatante sono rilevabili quelli che sono i problemi della città e del mondo in generale. Quello che noi proponiamo oggi è di iniziare una riflessione su un aspetto fondamentale della vita della città: quello del suo rapporto con l’arte.

Non è una cosa semplice perché il rapporto arte/città si modifica nel tempo e risente dell’evoluzione della nostra civiltà, del nostro rapporto con la realtà e con la vita, dello sviluppo dell’economia, del cambiamento delle relazioni tra gli uomini. Perciò credo che bisogni sgombrare il campo dalle eccessive semplificazioni.

Con questa giornata ci proponiamo alcuni scopi: prima di tutto porre appunto il problema del rapporto arte/città sul piano teorico e pratico; secondo, di fare un inventario delle esperienze, per quanto parziale e limitato, ma prima di tutto delle idee; terzo, di mettere in campo le nostre proposte, per un confronto sul da farsi.

La nostra giornata si divide in due parti: la prima parte riguarda il confronto delle idee, la seconda l’inventario delle esperienze, delle proposte e la presentazione di quell’embrione di progetto che noi abbiamo elaborato fino a questo momento.

Per portare avanti il progetto (l’utopia) della “Città consapevole” vorremmo realizzare in tutti i campi in cui ci impegniamo:1) una riflessione teorica, 2) un inventario della situazione esistente; 3) la pratica di esperienze e la creazione di strutture possibilmente stabili per svilupparle in modo organico.

Il nucleo centrale della proposta della “Città consapevole” consiste in questo pensiero: il cuore della socialità è creato da un’attività. Questa attività che sta alla base ed è generatrice di socialità è quella della produzione di senso. Cioè dall’interpretare e ricondurre sotto il dominio di un orizzonte comune il caos degli eventi.

Quello che ci proponiamo di fare, in applicazione di questo principio, è di riflettere e di fare delle esperienze insieme su aspetti essenziali della vita. Questo è ciò che definiamo la “prospettiva della città consapevole”. Non solo di riflettere, non solo di fare esperienze in questo senso, ma anche di uscire dall’episodicità e di realizzare quelle che dovrebbero essere le “infrastrutture stabili” della città consapevole.

Per esempio un laboratorio seminariale permanente in cui vengono confrontate e distillate le idee. Per esempio un teatro di cittadinanza che offra alla città uno specchio in cui guardarsi. Per esempio una struttura che si occupi in modo continuo, con la partecipazione di soggetti più rilevanti della città in questo campo, permanentemente della formazione estetica dei cittadini.

Intendo per formazione estetica non una formazione soltanto alla bellezza, ma una formazione che io chiamo estetica in senso originario, etimologico: una formazione della percezione. Vorremmo prima di tutto che la gente percepisse la potenza liberatoria dell’esperienza dell’unicità e l’orrore di una vita sempre in copia, “in facsimile”. Che si fosse avvertiti del pericoloso torpore che ogni facsimile, che non sia presentato ed esibito provocatoriamente come tale, infonde nell’animo umano.

È quindi un problema di fondo, un problema politico, quello che vogliamo toccare, perché da come percepiamo le cose dipende quello che noi facciamo rispetto a quelle cose, quali sono i nostri pronunciamenti rispetto a esse. Il nostro scopo è di evitarci e di evitare il più possibile ai nostri concittadini una vita in duplicato.

La percezione delle cose è il momento determinante del nostro stare nel mondo. Nella percezione dell’unicità dell’opera d’arte agisce ciò che per noi è una potenza impensata. Se la accogliamo pienamente nella percezione, questa potenza dell’unicità assorbe in sé e ci libera dagli schemi pregiudiziali attraverso i quali siamo soliti filtrare il nostro rapporto con le cose. Si può dire così che l’esperienza dell’unicità produce la rigenerazione del nostro rapporto con la realtà.

La percezione o meno dell’unicità nell’opera d’arte “decide del nostro rapporto con il mondo”, cioè è l’esperienza che ci educa a viverlo “in originale” e non “in copia”. Volendo attuare il progetto – utopia della città consapevole non possiamo perciò non occuparci dell’educazione estetica, della educazione della percezione dell’unicità nell’arte.

La possibilità che si viva senza percezione dell’unicità, in un mondo in copia, sempre già visto, in cui non appare mai nulla di straordinario, che fa trasalire, nel quale perciò si può vivere con un occhio solo e “non vale la pena di svegliarsi”, che si esista solo nell’ebbrezza della gara, che si apprezzino le cose solo nel paragone con altre, che si viva insomma soltanto relativamente, nei nostri discorsi e non anche nell’ineffabile, è da incubo.

Noi dobbiamo educarci ed educare alla percezione dello straordinario, dell’unico, perché se manca questo, che ci fa trasalire, se possiamo trasferire placidamente tutto nei discorsi, senza scosse, viviamo senza accorgerci in una condizione di eterno assopimento. Bisogna educarci - abituarci a cogliere le differenze e le sfumature nella percezione sensibile, a esplorare gli accenni e le allusioni potenti che essa contiene, altrimenti rischiamo di vedere le cose all’ingrosso, sempre “quasi la stessa cosa” e con questo di avere sentimenti monotoni e di cadere tanto in una condizione di soggezione e passività quanto più la realtà che percepiamo è omogena e opaca.

L’animo umano ha bisogno di educarsi – cioè di dotarsi di buone abitudini - a tutto, anche e soprattutto - paradossalmente - a ciò cui per sua natura non ci si può abituare: l’unicità irripetibile e rivelatrice dell’opera d’arte.L’impegno è perciò quello di formare strutture nella città che riescano a sollecitare ed educare e tener vivo questo approccio.

Io adesso vi proporrò uno schema che nella sua estrema rozzezza cerca in breve di definire il rapporto essenziale che intercorre tra arte e città.

Lo schema consiste in una triade:

al vertice in alto c’è l’unicità dell’arte, quell’arte che inizialmente è epifania del divino e dunque arte sacra e poi, con la desacralizzazione e la secolarizzazione successive, non è più rivelazione e annuncio di un mondo animato da potenze superiori invisibili, ma di se stessa. Così l’arte diventa più se stessa, ma anche più difficile. Non è così immediata la sua socializzazione quando a garantirla non c’è più la soggezione religiosa: deritualizzata, senza più la sua aura religiosa, essa vive una crisi profonda.

Alla base del triangolo c’è la città. La città spazio orizzontale, dello scambio e del doppio. Il suo centro è la piazza, dove è attivo il pléthos, la moltitudine. Nella piazza si sviluppano le relazioni, il dialogo e il commercio. Nel mercato ogni parola e ogni cosa è soppesata e scambiata: è resa equivalente, relativa. La parola o la cosa relativizzata, resa equivalente a ogni altra, perde l’aura della sua unicità. Anche la città intera, se vive soltanto dello scambio e nella relazione rischia di relativizzarsi, di banalizzarsi, di perdere l’aura ineffabile sacrale (“i suoi dei”, che – come dice Italo Calvino) che fa da sfondo e “sorregge” tutti i discorsi, tutti i gesti e i rapporti (tutta la sfera del relativo) che fioriscono sulla piazza. Tutto il detto e il dicibile che, se perde il suo vitale aggancio con l’ineffabile, appassiscono, divengono chiacchiera vuota.

Per impedire che il triangolo si spezzi l’arte ancora sacra nella polis era presente ovunque, anche in forma di semplice erma. Esse ricordavano a tutti coloro che vivevano le loro relazioni nella città il loro risvolto assoluto. L’arte insomma trattiene la polis dal cadere nell’ossimoro della relativizzazione assoluta, in quella banalità di “vita in facsimile” che Heidegger chiamava “la seconda caduta dell’uomo”, dopo la prima del peccato originale.

Nostro grandissimo problema è evitare lo sprofondamento della città nella banalità.

Ho parlato finora del rapporto arte e città dal punto di vista della città, del bisogno che questa ha di avere un rapporto costante con l’arte. Ma c’è anche un bisogno dell’arte di mantenere vivo il suo rapporto con la città: se si rompe il “triangolo” che ho detto anche l’arte perde la sua cornice e si fa astratta, asettica. La sua banalizzazione consiste nell’estetizzazione: essa acquista valore estetico. Ogni cosa, anche la più comune, può essere presentata come unica. Vorrei citare a questo proposito una frase di Jean Baudrillard:

“L’arte oggi è passata ovunque nella realtà; è nei musei, nelle gallerie, ma altrettanto nei detriti, sui muri, nelle strade, nella banalità di ogni cosa oggi sacralizzata senza altra forma di procedimento. L'estetizzazione del mondo è totale”.

L’arte e il mondo divengono paradossalmente la stessa cosa. L’artista con la sua ispirazione scopre arte dappertutto. Come ogni cosa può essere scambiata con ogni altra per il suo valore sul mercato, così ogni oggetto d’arte. L’estetizzazione di tutto, il “valore estetico” dell’arte, è condizione della mercificazione. L’unicità dell’opera d’arte immessa nel mercato è negata, o meglio, non negata: al contrario, enfatizzata retoricamente, esaltata come valore di scambio.

Noi dobbiamo evitare che questo processo di mercificazione vada fino in fondo e che, facendoci perdere il senso auratico dell’unicità ineffabile che l’arte presenta e custodisce, ci tenga nella condizione di gregge, che vive solo relativamente, di chiacchiere, che si eccita solo di gare e comparazioni, che brucia di superbia e invidia e non coglie mai quell’energia intatta, integra capace di rigenerare il senso delle cose di cui l’arte – erede del divino - è depositaria.

Allora ecco che il punto fondamentale resta questo: riuscire a ravvivare l’attenzione e l’educazione estetica anche e soprattutto delle giovani generazioni per non appiattirsi nella banalizzazione, per non cadere nel tragico ossimoro della “relativizzazione assoluta”.

Per questo noi proponiamo un progetto oggi e ci auguriamo che da questa giornata emerga un gruppo di lavoro che si muova per costruire anche nel campo dell’arte “l’infrastruttura della città consapevole”, per portare l’arte a rincontrare davvero città e la cittadinanza ad avere nell’arte, nella sua produzione e fruizione sociale, il caposaldo della sua identità sempre in via di rigenerazione.