La Città è Arte, l'Arte si fa Città 12 - intervento di Luigi Boccanegra

Intervento di Luigi Boccanegra

(Una città) dove la parola è solo metà di colui che parla

Sentite… Penso che siamo tutti un po’ stanchi, nel senso che la mattinata  è stata ricca di eventi e anche di stimolazioni diverse. Cercherò di essere brevissimo ripercorrendo alcune delle cose che sono già state dette, viste da un’ottica psicoanalitica.

Collocatemi come un veneziano che vive a san Trovaso e che soltanto dopo più di quarant’anni,  forse quarantacinque, è riuscito a tornare nell'isola di San Clemente dove c'era l'Ospedale Psichiatrico: cioè ho preso il mezzo dell’albergo 5 stelle che c’è adesso davanti alla Compagnia della Vela e sono sceso sulla riva dove una volta c'era l'imbarcadero.

Perché prima non riuscivo a tornare nel luogo dove avevo lavorato e compiuto il mio apprendistato in Psichiatria. Potete quindi immaginare il tipo di trasformazioni, di trascrizioni, di traduzioni interne che mi sono trovato a fare lungo il percorso della memoria, nel tentativo di rispondere alla domanda che mi assillava: “ma dopo tutta questa storia di più di quarant'anni di lavoro, che cosa ti sentiresti di dire ai giovani che fossero interessati alla Psichiatria?”. Non solo, ma subito dopo anche: “che cosa ti sentiresti di dire umanamente ai tuoi concittadini di fronte a quello che sta succedendo in questo momento non solo in Italia, ma anche in Europa e altrove nel mondo?”.

Credo ci sia un punto che é bene che io i vi dica subito: se si vuole uscire dal Post-moderno non basta richiamare il discorso della responsabilità, come si fa da tutte le parti, perché la responsabilità non è qualcosa di astratto che si può creare ex novo da un momento all’altro pronunciando la parola. Per lo psicoanalista la responsabilità è il frutto conclusivo che comporta in qualche modo assumere una certa funzione di testimonianza nei confronti del rapporto tra generazioni.

Il testo del monologo di San Girolamo su Agostino letto poco fa dal Prof. Puppa evocava già le cose che dirò.

Enuncio tre definizioni psicologiche su cui mi soffermerò brevemente e in successione: colpa persecutoria, colpa depressiva e debito.

Sono tre sentimenti profondamente diversi che il post-moderno ci ha abituati a sottovalutare, ma se non si tiene conto di questi passaggi non si arriva alla responsabilità, cioè al fatto che una generazione raggiunga rispetto al proprio percorso esistenziale una soglia di ammirazione per quello che le generazioni precedenti hanno tramandato, e quindi a formulare l’idea di avere un debito nei confronti di quanto ci è stato trasmesso.

Colpa persecutoria vuol dire che trovo spiegazione di tutto attraverso il peccato originale, cioè pongo all’origine in qualche modo un errore umano dalle conseguenze catastrofiche in termini trans- generazionali. Uno psicoanalista, ma direi anche molti  teologi attuali, non ritengono che questo concetto sia più sostenibile. La conoscenza che oggi abbiamo dell'inermità originaria propria della specie umana, cioè che il piccolo uomo (neonato) non sopravviverebbe se non ci fosse un adulto che lo accusdisce, non ci permette più di collocare questo elemento della colpa come presente fin dall'inizio.

Colpa depressiva cosa vuol dire? Vuol dire che in certi momenti mi sento di chiedere scusa a un altro: il post-moderno non riconosce le scuse (J.Austin), cioè non è capace di assumere la propria auto-critica  rispetto a come ci siamo condotti in precedenza  in certe situazioni. Invece il fatto di crescere e maturare nel corso del tempo permette ad un cert punto di pensare che ci si sarebbe comportati diversamente se si ripresentasse la stessa situazione, cioè che dall’esperienza si può imparare. Solo che se non si è abituati a condividere questo sentimento di colpa come un elemento condiviso che si riscontra anche da parte degli altri nella conversazione quotidiana, si rimane narcisisti e si giudica chi è  più sollecito  nei confronti dicendo che è masochista.

Io non condivido neanche questa soluzione.

Il debito è un’altra cosa, ma lo dirò tra poco.

Cerco di dirvi prima come noi vediamo oggi la colpa. Noi la vediamo come un lascito inevitabile, come la conseguenza dell'evoluzione che la specie ha compiuto nel corso del suo sviluppo, e che ogni bambino ripercorre indipendentemente dall'epoca e dalla cultura in cui nascerà e crescerà.

Infatti, se la crescita comporta una relazione di dipendenza reciproca gli uni con gli altri, noi incorporiamo continuamente le altre persone e manteniamo i caratteri di una certa confusione nei confronti di chi ci ha allevati. Noi impariamo a muoverci come loro, a parlare come loro, a pronunciare le parole con le labbra che loro avevano pronunciandole.

E' vero che nel lutto, cioè in occasione della perdita delle persone che abbiamo amato, si ha modo di verificare se siamo riusciti veramente a nascere psicologicamente, cioè a svezzarci e  ad alleggerire i nostri educatori da questo compito, ma é un apprendistato di cui ci sfuggono i confini originari per cui un po' di colpa rimane sempre, anche se trasformata nel sentimento di debito che porta al bisogno di ricambiare in qualche modo, di restituire qualche cosa e se è il caso di riparare.

La mia impressione è che a Venezia ci siano ancora delle aree di riparazione diffusa, anche se si è molto deteriorato il tessuto sociale. Ma  per esempio se partendo da qua  io dovessi ripercorrere il quartiere dove abito: infilare la calle dei Ragusei, arrivare da Sergio che vende libri usati sulla destra, fare il ponte dei Carmini e passare da Fiore il macellaio e da là arrivare in calle san Barnaba da Roberto che lavora al Profeta, e poi proseguire  più avanti da Ruggero che adesso ha aperto la trattoria del Casin dei Nobili, e poi da Montin, e arrivando alle Zattere da Davide che lavora da Nico parlar di montagna, e poi dentro da Nicola che é  il barbiere ai Cavanis parlar di San Candido, infilando la Farmacia e magari incrociando don Silvano che si è preso l’onere per l'intero quartiere di fare una messa per un suicida (perché i familiari non avevano il coraggio di farsi avanti e chiedere il rito funebre), e poi arrivato da Fulvio all’Accademia prendere i giornali esteri e, passando da Giovanni alla Toletta  arrivare fino alla Cafoscarina da Stefano Chinellato come punto d’arrivo del mio periplo....devo dirvi che  mi sembra di percorrere un lungo Passage parigino, o meglio di aver a disposizione uno scorrimano invisibile su cui posso contare.

L’elaborazione di uno psicoanalista non crediate che sia una cosa magica di cui lui dispone da solo come fosse il demiurgo di sé stesso. No, il suo lavoro consiste più in un tragitto tra l’interno e l’esterno, cioè anche lui ha bisogno di snebbiarsi, e scambiando due parole con chi ha più sintonia piano piano si riposiziona nella veste di un cittadino come gli altri.

Vi posso dare un esempio di come io definirei questo miracolo della prossimità che Venezia rende disponibile ancora per tutti. La mia formazione iniziando a lavorare a San Clemente si è svolta poi inaugurando insieme al dott. Giancarlo Cecchinato il Centro di salute mentale di Palazzo Boldù, uno dei primi Centri Diurni in Italia. Siccome  il Prof. Giorgio Sacerdoti, che era il Direttore dei Servizi Psichiatrici, mi aveva dato questo incarico giovanissimo ho sentito il bisogno di dover viaggiare e di meritarmi questo onore. Ho viaggiato molto tra Venezia e Parigi per la mia analisi personale. Ho fatto l’analisi personale con Salomon Resnik, che forse qualcuno di voi avrà conosciuto, per molti anni e poi insieme ad altri colleghi di Venezia e di Padova in particolare un'analisi di gruppo, cioè muovendomi dalla singolarità più esclusiva alla condivisione più estesa.

Questa mattina nel suo discorso iniziale  Alberto Madricardo ha accennato alla capacità di intrecciare esperienze di cittadinanza che mantengano un carattere orizzontale comune, senza perdere di vista  la verticalità della prospettiva dell'Uno, lui diceva, cioè l'esigenza di unificazione che si raggiunge elevandosi intellettualmente. Infatti vedendo le cose come si dice a “volo d'uccello”, si riesce meglio ad orientarsi e ad individuare delle finalità che ci accomunano.

Adesso vi posso dire che nella vita quotidiana di un quartiere, se il quartiere funziona noi sappiamo quando usciamo di casa anche senza una meta precisa da chi presumibilmente passeremo a seconda dell’umore, perché sappiamo chi  più di un altro può in qualche modo  trasformare il nostro stato d’animo durante il percorso. Certe volte se ho qualche assillo da lavoro, scendendo in Fondamenta ho il vago presentimento di chi potrà essere il probabile artefice del mio snebbiamento.

Anni fa c’è stato il terremoto in Cile. La moglie di Resnik, Anna Taquini ha una figlia a Santiago. Quella mattina c’era stato uno dei tanti “Seminari veneziani” con Resnik (alcuni dei quali sono stati anche pubblicati dalla “Casa Editrice Cafoscarina”) in cui c’era anche Marina Jovon e alcuni operatori che lavoravano nel campo sanitario, alcuni nel settore consultoriale altri in quello materno-infantile, e si era parlato appunto di quel terremoto.

Anna aveva detto:‘Ho provato a telefonare in Cile ma i telefoni non funzionano’.

Posso dire francamente che ero rimasto molto colpito ma non mi ero  accorto di esserlo così tanto come mi sono reso conto dopo tornando verso casa..

Scendendo dal vaporetto all’Accademia passo da Schiavi, c’era allora Lino, il marito di Sandra morto qualche anno fa. Lino era una persona  che ho veramente rivisto come personaggio mentre ascoltavo le scene teatrali recitate qui durante la mattinata. Aveva quel carattere servizievole, tipico della figura goldoniana del cameriere, che quando si entrava piegandosi leggermente in avanti ti diceva:‘Signori, posso servirvi?’. Amava moltissimo la sua bottega, era la sua miniera e quando uscivo alla sera alle nove per far quattro passi lo trovavo là davanti sul ponte che lavava anche i gradini, preparandola per il giorno dopo.

Passo da Schiavi, vado dentro: “Dotor, el me diga?”, “Dame qualcossa da bever, dame un caffé”, e mentre mi guarda, prende una salvietta e con grande delicatezza me la passa sotto gli occhiali dicendo: “Dotor, el me scusa, el gaveva na lagrema soto l’ocio. El me scusa se me so permesso’”.

Vi assicuro che questa modalità ‘ancillare’ di trovare un altro premuroso nella singolarità reciproca di un incontro che non prevedevo, mi ha permesso di rendermi conto che alla notizia del terremoto mi ero commosso alla notizia del terremoto più di quanto credevo. Il suo gesto si era inserito in modo “intercedente” (concetto sviluppato dallo psicoanalista di lingua inglese Wilfred Bion) tra una parte di me che si era commossa ed un'altra che non era ancora in grado di sentire veramente le cose  fino in fondo.

Lino con il suo gesto mi aveva testimoniato la possibilità di appropriarmi interamente di quello stato d'animo che era stato così intenso da rimanere al primo momento, noi diciamo, “ancora parzialmente scisso”.

Più in generale vi suggerirei di non lasciarvi prendere dal catastrofismo, perché il catastrofismo pur di trovare una spiegazione subito va verso la colpa persecutoria, cioè “Dove andemo a finir?” e “Gavemo sbaglià tuto”. Suggerirei piuttosto di contenere il sentimento di rovina e di sviluppare dei sentimenti di reciprocità inter-generazionale in modo da assumere responsabilmente il debito che abbiamo nei confronti di chi ci ha lasciato una città continuamente da scoprire e che anche nella sua decadenza rimane splendida. Grazie